Posted on Wednesday, 4 August 2010
Facevamo la busta col pane secco e poi andavamo al lago. Non dovevo tenergli la mano per forza se non per attraversare il viale, ma gliela tenevo lo stesso, anche quando si fermava a parlare con uno dei suoi vecchi clienti – allora gli torcevo un poco il polso per nascondermi dietro la schiena – che sembravano riprendere un discorso appena interrotto. Per anni era stato il loro migliore amico, il loro confessore – non ho mai capito bene perché la gente si apra così tanto con chi sta dietro al bancone, forse perché è la persona più conoscente e più sconosciuta che abbiano occasione di incontrare. Anch’io, poi, quando lavoravo al bar ascoltavo le storie di tutti. Si capiva subito quando volevano parlare, dal modo in cui si sedevano sullo sgabello, si sporgevano in avanti, mi guardavano aspettando che le mie mani si fermassero nel vorticare di tazze, bicchieri, bottiglie. Allora mi versavo due dita della stessa cosa che stavano bevendo anche loro, mi avvicinavo e chiedevo, come va oggi? E iniziavano a parlare e non la finivano più. Davo consigli o stavo in silenzio, annuendo, riempiendo le pause con una sorsata dal bicchiere. Quasi nessuno era davvero solo, ma in quei momenti era come se lo fosse, mi infilavano la mancia nella tasca del grembiule invece che nel barattolo e si portavano l’indice alle labbra, shh, è solo per te.
Ci fermavamo davanti all’edicola a leggere i titoli dei giornali. Ci fermavamo davanti alla merceria e io guardavo i bottoni e pensavo che da grande avrei avuto una scatola dei bottoni come quella di mia madre, una scatola antica piena di bottoni di tutti i colori, di tutti i materiali, di tutte le forme. Mi piacciono i bottoni, li so riattaccare saldi sulla stoffa. A volte mi viene da pensare che se usassimo più bottoni e meno cerniere saremmo più felici. Le cerniere si rompono, le cerniere si impigliano, con le cerniere ci si può fare male. Le cerniere assomigliano a punti di sutura, a cicatrici di operazioni complicate.
Arrivati al lago cercavamo una panchina che fosse libera. Sbriciolavamo il pane per i piccioni, lanciavamo i pezzi un poco più grandi alle papere e ai cigni. A me piacevano le papere, ma lui mi aveva detto di stare attenta, a volte sono cattive. Quando si avvicinavano nascondevo le mani nelle tasche del suo cappotto perché non me le beccassero. Avrei voluto che il pane non finisse mai. A volte lo lasciavo sul tavolo, a pranzo o a cena, per averne un poco di più da mettere nel sacchetto bianco. Mi raccontava dei dispetti che si facevano lui e i suoi fratelli e poi mi diceva di non dire niente alla mamma. Mi indicava con sicurezza gli alberghi sull’altra sponda del lago, mi raccontava di quelli, lussuosi, in cui aveva lavorato.
Nelle fotografie che abbiamo insieme sono sempre vicina a lui, o seduta sulle sue gambe, girata di tre quarti per guardarlo. Sapevo che aveva una malattia ma era invisibile a occhio nudo, a differenza delle malattie che prendevo io, che mi lasciavano papule, vescicole, pustole, croste.
Disegnava volti di profilo. Era bravissimo a fare il risotto. Sarà per questo che adesso non mi piace, e ho paura dei piccioni e non ho mai imparato a disegnare.
Per il suo onomastico gli avevo regalato una tazza per il caffellatte, ma non ha fatto in tempo a berci. Avrei voluto romperla ogni volta che la vedevo nella credenza, ho sempre avuto il dubbio che non gli fosse piaciuta.
Notes