Ci sono parole che dovrebbero servire una volta sola.
- François-René de Chateaubriand
che la costringete sempre a fare
~ridimensionare~
Non è come stringere un vestito
Non è indolore
Si taglia la pelle del cuore
Lo strumento che usate per scrivere
Andando dove dovete andare, facendo quel che dovete fare, vedendo quel che vi tocca vedere, lo strumento che usate per scrivere si rovina e si smussa. Ma preferisco che sia smussato e dovergli ridare forza e affinarlo di nuovo sulla mola, sapendo di avere qualcosa da scrivere, anziché averlo lucido e brillante e non avere niente da dire.
Ernest Hemingway, 49 Raccontivia bartelio
Patient lifting a table in hospital (1949 Herbert Gehr, LIFE Magazine) via www.opacity.us
Non si può vivere di una cosa sola,
amare una cosa sola…
le cose si richiamano tra loro…
uno vorrebbe restare fedele,
ma quelle si buttano una nelle braccia dell’altra,
si passano la parola,
si innamorano o respingono,
a catena.
È una caccia al tesoro
e il tesoro è tutto quanto.da Non si muore tutte le mattine - (elogio della quantità)
Vinicio Capossela
c'era una volta, me
mademoisellereverie (sublime):
Così, suppongo che il mio destino non sia affatto scrivere. E ho le dita avviluppate in nodi di incapacità. Ti donerei le ossa se solo tu me lo chiedessi, scavando carne e viscere, slegando le vene. Sembrano eco di una vita fa – il grido sottile di Fedra nel confessare e inventare il suo stupro. Mentre io imparo a stento l’arte del rossetto, e indosso questa pelle nivea – disertata dal sangue – come fosse un dono. Non mi hai mai chiesto perché piangevo. Il tepore di un bacio sulla fronte. Mancanza. Il sangue dei ciliegi in fiore. Niente più neve, niente più bianco. Sembra proprio che debba essere questa la mia fine. E fanciulle orientali vestite di seta a chinarsi sulla mia guancia, esili ed eleganti come un giunco. C’è sempre qualcosa che sfugge. Te ne rendi conto? Dipingimi con colori pastello. Sotto il soffitto a volta della mia voglia di piangere. Domani odierò ogni mia parola. Ma tu donami l’antidoto. Colori pastello. Ricordi quando sezionavamo le parole per inventare nuovi alfabeti? Altri universi. E mi affondavi la lingua nel cuore o nell’incavo della spalla. E raccontavi il mio sapore con le dita. Mischiando colori. E tutti gli universi pronti a schiudersi dietro le palpebre. Raccogliere istantanee di film in bianco e nero. Dentro una scatola di velluto blu. E i cocci di bottiglia che mi incastonavi nel petto come fossero rubini. Da bambina rubavo le parole altrui per farne collane da portare con orgoglio. Il mormorio della tua voce a bocca chiusa. L’abisso. Quello è il momento in cui sei più vicino a Dio, mi hai detto. Kali decapitata e le sue labbra da puttana triste. La faccia inquieta del mattino. Il suo viso baciato dai lebbrosi è ricoperto da una crosta d’astri. E vecchi racconti su filtri d’amore per imprigionare un profumo. Rincorrere la sabbia dei propri pensieri. E tu che mi scrivevi sul palmo con l’inchiostro blu. E io che mi strofinavo le parole dappertutto. Lasciare lettere d’amore nei bar solo per immaginare il ritmo del cuore degli sconosciuti. E pallidi soli a bagnarti i capelli di miele. Insegnami // la diversa alchimia del pianto. E raccogliere le lacrime per concimare i fiori. Pregando che non appassiscano. E abbiamo scritto un racconto con i titoli dei libri. Sotto il soffitto a volta della mia voglia di piangere.
[…]
tu sei forte, perché sai dire “mia”,
tu sei niente appena scappo via.

Gianna Nannini - Dialogo